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Sentiero n.° 10
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Bruno Detassis al Rifugio XII Apostoli
La Montagna del Patriarca

PERSONAGGI - Bruno Detassis, alpinista novantenne.

"Dov'e' il rifugio? Me l'avete spostato?", scherza Bruno in prossimita' del "XII Apostoli". La vista lo ha quasi abbandonato in questi ultimi anni, scherzo crudele del destino per uno scalatore, ma non la sua proverbiale vena umoristica. Neanche a novant'anni suonati, anzi novantuno, come dice lui , "perche' si nasce al momento del concepimento, non quando lo dicono le carte d'identita'". Lo abbiamo appena accompagnato fin quassu' a quota 2.489 metri, sulla conca di Pratofiorito, un aereo terrazzo al cospetto della Cima Tosa e delle altre vette che chiudono a sud quel paradiso dolomitico che si chiama Gruppo di Brenta L'altitudine e l'asprezza del luogo seleziona, ancor prima degli uomini, i

Bruno Detassis

sentimenti. Restano solo quelli forti, veri. E forte e' l'abbraccio tra Bruno, l'anziano Maestro, ed Ermanno, l'allievo, l'alpinista amico che gestisce il rifugio, "uno dei pochissimi della truppa alpinistica che fa e non chiacchiera". Questo non e' un giorno qualsiasi: "E' qui tra noi il "Bruno", ragazzi", esclama il giovane scalatore. La giornata agostana inondata di sole ha richiamato un buon drappello di escursionisti e rocciatori. Qualcuno, scrutando il volto coperto dagli occhiali da sole di quel vecchio austero dalla lunga barba bianca che avanza aiutato dal giovane gestore del rifugio, lo ha gia' riconosciuto e passa parola al vicino. "Non vedi chi e'? Si, e' proprio lui: Bruno", "Bruno Detassis", aggiungendo solo dopo il cognome. Gia', perche' qui, sulle Dolomiti di Brenta, di Bruno ce n'e' uno solo, e' lui la storia vivente di queste montagne, l'apripista, il custode, lo scalatore, l'anima stessa di questi monti. E da tanti anni quassu' al "Fratelli Garbari ai XII Apostoli" mancava la visita di Bruno Detassis, la mitica guida alpina di Madonna di Campiglio. Per questo l'8 agosto e' uno di quei giorni che resteranno annotati nel diario del rifugio, e una sua foto, l'ennesima , s'aggiungera' presto alle pareti. Sulla soglia della costruzione alpina parte un applauso tra i presenti. E il vecchio commenta ironizzando: "Tanto lo so che glielo avete detto voi di battere le mani". E poi, per non perdere le buone abitudini s'appoggia a un parapetto di legno e inizia a giocare alla morra con Ermanno. La famiglia Salvaterra ha preparato l'accoglienza all'amico con la semplicita' della gente di montagna: un piatto di "carne salada", la torta margherita con nove candeline, una per decennio, e un brindisi. "Tanti auguri, Bruno". E via, largo ai ricordi. "Era grande il Bruno perche' ha fatto quel che ha fatto prima dell'avvento delle suole di gomma. I ricchi arrampicavano con scarpette di feltro. I poveri avevano scarpe di corda fatte dalla mamma, che alla fine della salita erano da buttare", rammenta Ermanno. "E se no, s'andava su anche scalzi", continua Detassis. Erano gli eroici dell'alpinismo dolomitico. Gli anni Trenta, quelli che passeranno alla storia come l'epoca della "libera", ovvero della salita senza uso di chiodi, e della quale Detassis fu uno dei massimi

Bruno all'arrivo con Ermanno

interpreti. "Un chiodo ogni trenta metri solo per assicurarsi nel caso di cadute", spiega lo scalatore. Lui i chiodi se li creava da solo, sfruttando la sua esperienza di fabbro. Memorabili restano per bellezza di stile le sue salite alla parete nord-est della Brenta Alta nel '34, la cosiddetta "via delle guide" sul Crozzon di Brenta l'anno dopo, e la cima nord-ovest del Croz dell'Altissimo, sempre sul Brenta, nel 1936. Memorabile la quantita' di vie segnate e la longevita' della sua carriera: a 79 anni ha risalito per la 183° volta il Campanil Basso del Brenta, per festeggiare i 90 anni dalla prima ascensione. "Ricordi il tuo motto, Bruno: cercare il facile nel difficile?", gli chiede Salvaterra. E lui, modesto, ricorda invece le sconfitte: "Come quella volta sulla Marmolada, sulla difficile parete sud-ovest, quando un malore a causa di una scatola di sardine avariate m'ha fregato", quando stava a due passi dalla vetta. "E poi: non e' giusto dire "quella via è del Detassis", ma bisognerebbe dire i nomi di tutti i componenti della cordata, perche' e' questa che vale, non Bruno". Alla faccia del narcisismo degli scalatori.

Mai avuto paura di morire in roccia? "No, mai. Se un'impresa andava oltre le mie possibilita' non l'affrontavo. Ho sempre pensato che la montagna fosse più forte di noi. Percio' bisogna portarle rispetto, avere prudenza e testa: la vita prima di tutto". E il valore della vita non può non conoscerlo chi ha vissuto in un campo di prigionia tedesco e ha visto la morte da vicino. Forse e' anche per questo che Detassis e' diventato Detassis e non e' rimasto una delle tante guide alpine con un buon carnet di salite e basta. Non ha nemmeno scritto, come hanno fatto tanti altri colleghi, una guida, ne' tantomeno libri di memoria. Neppure una riga. Le ha lasciate a Ettore Castiglioni, suo straordinario compagno di cordata e rimpianto amico, autore delle più belle guide alpinistiche delle Dolomiti di Brenta: "Lui, si' che aveva una cultura. E una sensibilita' straordinaria per la scrittura". Anche in questo Detassis appare diverso, non omologato nel conformismo delle mode alpinistiche. Poche parole: contano i fatti. Pochi chiodi: contano gli appigli. Pochi rimpianti: la vita ci ha dato tanto. E anche poche polemiche. Le rifugge

Festeggiamenti con Bruno al rifugio

naturalmente; anche quando i luoghi comuni gliele renderebbero facili facili. Cosi' non si unisce al coro di chi s'indigna contro l'assalto indiscriminato alle montagne: "C'e' spazio per tutti. Forse i tanti gruppi che oggi fanno alpinismo dovrebbero avere una maggiore cultura della montagna: capire, per esempio, che essa inizia dal bosco, dalle piante. Che prima della roccia ci sono i cirmi e i larici. Ma non vorrei esagerare: e' da un po' che non ci sono", aggiunge timidamente.

E che ne pensa del free climbing? " Mi pare piu' una palestra che alpinismo: Ma sa, parlo solo per sentito dire". E' la sua filosofia, quella che lo ha fatto diventare il "patriarca del Brenta". Bruno, infatti, ha continuato, anche dopo la celebrita', a vivere nel suo Brenta nei soli due modi che conosceva: accogliendo al rifugio, e guidando alla cima. Fedele e innamorato dei suoi monti come lo e' della moglie Nella, compagna di vita da 61 anni: "Le montagne sono tutte belle ma di Brenta ce n'e' solo uno. E in piu' qui non possono arrivarci le auto come altrove". E anche adesso che gli insulti dell'eta' lo tengono giu' a Campiglio, non rinuncia a salire ogni 15 giorni al Brentei con la teleferica. " La scusa e' quella di andare a vedere se il montacarichi e' a posto, ma cosa vuole che controlli con questi occhi". Torna a casa sua, e tanto gli basta.

"FAMIGLI CRISTIANA" di ALBERTO LAGGIA

foto di Alberto Bevilacqua